Lavoro. A Napoli una pizza speciale con i tirocinanti di “LiberaMente Insieme”

NAPOLI – Il 19 luglio si è conclusa, nella pizzeria “Napoli Napoli”, l’esperienza di tirocinio formativo di otto ragazzi dell’associazione “LiberaMente Insieme”, affetti da sindrome di down. Gli abituali avventori della pizzeria sono stati serviti dai ragazzi, perfettamente integrati nello staff, e hanno potuto toccare con mano i risultati di un percorso durato un anno, volto a modificare la percezione sociale della disabilità cognitiva.

Ogni ragazzo, immerso nella sua isola di competenza, è stato protagonista di una “strategia psicosociale volta non solo alla promozione di un fenomeno macrosociale di mutamento di percezione della disabilità, ma soprattutto all’acquisizione da parte dei ragazzi di una maggiore autostima”. I primi ad aver risposto in modo positivo all’esperienza sono stati i membri dello staff della pizzeria, i quali nonostante le prime remore, dettate unicamente dalla paura di non essere all’altezza della situazione, hanno subito capito le potenzialità dei ragazzi.

Collaborando con i ragazzi giorno per giorno, Flavia Adamo, proprietaria della pizzeria, ha scoperto quanto spontaneo sia approcciarsi alla disabilità, una volta conosciuta: all’iniziale infantilizzazione e all’eccessivo senso di protezione, si è sostituito in tempi brevissimi un atteggiamento di fiducia nelle potenzialità dei nuovi membri dello staff.

Il feedback maggiormente positivo è stato quello delle famiglie, le quali hanno risposto con entusiasmo e speranza all’idea di una maggiore possibilità di integrazione per i propri figli. Indirizzati infatti in un gruppo di supporto dalla psicologa Francesca Marziani, hanno avuto modo di elaborare la difficoltà emotiva di accettare il dissidio interiore tra la gioia di essere genitori e lo sconforto di affrontare una situazione non convenzionale: il gruppo di autoaiuto è stato per loro uno “specchio di condivisione di esperienze”, una possibilità di uscita dal senso di isolamento e di mancato coinvolgimento positivo.

Vederli cucinare ha innescato nei genitori un processo di rivalutazione della condizione di disabilità. La spontaneità del pianto di un padre, alla vista del figlio inserito in un ambito lavorativo, è l’emblema di una percezione che può e deve cambiare. I ragazzi “non sono più eterni bambini, ma adulti con responsabilità che mai avrebbero potuto immaginare”, la genitorialità “non è più un lutto per la condizione di disagio, di ansia. L’associazione non è un atto di delega, ma un’opportunità di diminuire il senso di impotenza”.

La nostra redazione era presente alla splendida serata e ha avuto modo di intervistare Alberto Falco, pedagogista ed educatore professionale, oltre che presidente dell’associazione “LiberaMente Insieme”.

Cosa si aspettava da questa esperienza e quali sono stati invece gli effettivi risultati?

«Le premesse da cui partivamo erano piuttosto forti, perché avevo molta fiducia nelle capacità dei ragazzi, ma i risultati sono andati ben oltre le nostre aspettative. I ragazzi affetti di trisomia 21 hanno competenze limitate se paragonate a quelle di una persona normodotata, ma le capacità residue che posseggono vanno assolutamente sfruttate. Al pari di qualsiasi altra persona, i ragazzi possono essere molto produttivi e spesso dimostrano più spirito di iniziativa e autonomia di quanta ci si aspetterebbe nello stereotipo»

In cosa è consistito il tirocinio formativo?

«All’inizio del percorso i ragazzi hanno firmato un contratto psicoeducativo e ognuno dei ragazzi ha sperimentato tutte le mansioni tipicamente svolte in una normalissima pizzeria, sotto la supervisione degli educatori e del personale, al fine di individuare un ruolo specifico per loro. I ragazzi presentano diversi livelli cognitivi che vanno da limitazioni lievi (QI 50 ÷ 70) a gravi (QI 10 ÷ 30), e questo ha portato inevitabilmente a una designazione dei primi alle attività di sala, come l’accoglienza e la scrittura delle comande: Federica De Stefano, aiuto pizzaiolo; Fabio Cassese, addetto alle ordinazioni; Francesco Torre, cameriere e addetto ai pass; Elvira Cipriano, addetta all’accoglienza dei clienti. E dei secondi ad attività come lo spillare bevande o servire le pizze: Carolina Peluso e Lorenzo Buono, addetti alle bibite; Fiorella Geri e Francesco di Vaia, camerieri di sala. I ragazzi sono stati soggetti, come qualsiasi membro dello staff, a un regolamento e hanno capito sin da subito il significato della parola “professionalità”. Alla fine di questo percorso i ragazzi hanno avuto la possibilità di creare la loro prima cartella lavoro, comprensiva di curriculum vitae e di una scheda circa le competenze acquisite durante il tirocinio»

Qual è stata la reazione immediata alla proposta?

«All’inizio la nostra iniziativa è stata vista dai clienti con una certa dose di scetticismo, data dalla mancata conoscenza di quanto autonomo possa diventare un ragazzo disabile se inserito in un contesto di formazione. Molti avventori sono poi tornati, entusiasti della voglia di lavorare dei ragazzi e della loro grande abilità finalmente sfruttata. Il nostro obiettivo era appunto sensibilizzare le persone estranee a una quotidianità a stretto contatto con la disabilità. Creare un habitus mentale nuovo è una grande opportunità di arricchimento, soprattutto se acquisito in età infantile. Mio figlio, a esempio, abituato ormai a una situazione di scambio continuo, mangiando in un ristorante diverso ha ingenuamente domandato perché non ci fossero ragazzi down anche lì»

Progetti per il futuro?

«Due settimane fa i nostri ragazzi hanno avuto modo di fare un’esperienza al Trianon. Nell’immediato futuro continueremo il nostro lavoro di formazione in un bar, in un discopub e un laboratorio di pasticceria. L’obiettivo ultimo è quello di spronare le aziende affinché contattino l’associazione in futuro, al fine di formare i ragazzi»

Avete ricevuto fondi dal Comune o da enti privati?

«Assolutamente no. Le attività dei ragazzi sono interamente finanziate dai genitori o dalle nostre risorse. In occasione di questa serata abbiamo comprato alcuni gadget per i ragazzi e una torta con cui festeggiare la conclusione di questa esperienza insieme. A tal proposito ci tengo a ricordare che i ragazzi non vengono retribuiti da noi o dalla pizzeria, ma dividono le mance ottenute durante il servizio»

In questo video la testimonianza del papà di Elvira, una delle tirocinanti.

By Zaira Magro

 

 

Comments

  1. Che iniziativa meravigliosa .. L integrazione dei ragazzi dimostra che L Italia è ancora un Paese predisposto e motivato all evoluzione e coinvolgimento … Speriamo si possa vedere in tanti altri ambienti queste iniziative! Qui a Padova ci sono aziende che assumono ragazzi down li rendono parte integrante dell azienda ! Un grazie a tutti voi per questo gesto d amore ! Love -lisa-

  2. Un plauso a tutte le aziende che, in collaborazione, con Associazioni come “liberamente insieme” promuovono questo tipo di iniziative …
    E un grazie a chi scrive di questo: di un Paese civile che si impegna per i diritti di tutti.