Salute. Lo sbiancamento dentale

SALERNO – Il colore dei nostri denti è dovuto alla dentina, una parte del dente situata proprio al di sotto dello smalto, ed è determinato geneticamente, un po’ come il colore della pelle e dei capelli. Ognuno ha il suo. Non è quindi lo smalto a determinarne il colore: lo smalto non ha un colore proprio, è traslucido e dalla sua superficie traspare il colore della dentina sottostante. Il colore dei denti inoltre cambia nel corso degli anni per un fisiologico processo di invecchiamento. Lo smalto infatti non è una barriera impenetrabile: presenta dei pori attraverso cui passano continuamente le sostanze disciolte nella saliva. E’attraverso questi pori ad esempio che penetra all’interno del dente il fluoro contenuto nei dentifrici, che serve per remineralizzare lo smalto dei denti e proteggerli dalla carie. Oltre alle sostanze utili però vengono assorbite e si depositano sotto la superficie dello smalto dei denti anche particelle di sostanze colorate (pigmenti) presenti nei cibi e nelle bevande (es. caffé, tè, vino rosso, liquirizia, rape rosse, coloranti alimentari) o nel fumo di sigaretta (nicotina, catrame). Inoltre, con il passare dell’età, lo smalto si assottiglia a causa del logorio naturale, ciò fa trasparire maggiormente il colore della dentina sottostante.

Oltre che dall’invecchiamento, l’alterazione del colore dei denti, tecnicamente definita discromia, può essere causata anche da certi farmaci che interferiscono con lo sviluppo dei denti prima della nascita e negli anni dell’infanzia, quando si completa la loro formazione. Essendo queste alterazioni dovute a difetti di mineralizzazione, sono irreversibili.

Come possiamo rallentare l’alterazione del colore dei denti? Lo abbiamo chiesto al Prof. Lucio Micoloni, Medico Chirurgo e Odontoiatra di Salerno: «Per rallentare l’alterazione del colore dei denti è necessario osservare una scrupolosa e costante igiene orale, lavandosi i denti con spazzolino e dentifricio almeno due volte al giorno: la presenza della placca batterica non rimossa funge da substrato per lo sviluppo di una patina variamente colorata che, a lungo andare, altera il naturale colore dei denti. Il ricorso a dentifrici “sbiancanti” potrebbe sembrare una scelta ovvia, ma occorre distinguere attentamente fra i prodotti offerti dal mercato a seconda delle proprie esigenze. I cosiddetti dentifrici “whitening” (che significa appunto “sbiancanti”) non differiscono molto dai normali dentifrici: oltre alle solite sostanze detergenti (es. laurilsolfato di sodio) contengono, in varia concentrazione, sostanze abrasive (silice, sodio bicarbonato, perlite – un minerale di origine vulcanica).»

Cosa si intende per indice di abrasività di alcuni dentifrici? 

«L’indice di abrasività viene indicato con la sigla RDA (Relative Dentin Abrasivity). I dentifrici non dovrebbero superare un RDA di 200, ma già dopo 100 sono ritenuti piuttosto abrasivi. Sarebbe importante poter verificare questo valore al momento dell’acquisto, ma purtroppo attualmente i prodotti in commercio difficilmente riportano questo dato nella composizione. Spesso questi dentifrici vengono addizionati di pigmenti bianchi (es. biossido di titanio, anche indicato come CI 77891) o azzurri (es. guaiazulene, brilliant blu anche indicato come CI 42090) che danno solo l’impressione di sbiancare il dente (con lo stesso meccanismo con cui agiscono i granellini blu dei detersivi per biancheria). Possono inoltre contenere sostanze (polifosfati) che impediscono la deposizione sul dente di sali di calcio, che facilitano la formazione delle macchie. Questi dentifrici, se usati costantemente, rallentano l’ingiallimento dei denti, ma non servono per rimuovere macchie già presenti.»

Esistono trattamenti più saltuari? 

«Esistono in commercio anche prodotti più evoluti delle paste dentifricie. Si tratta di strisce e gel sbiancanti da applicarsi con penne o speciali applicatori. L’effetto sbiancante è dovuto a particolari sostanze (acqua ossigenata o sostanze che la liberano, o ipoclorito di sodio), in concentrazioni mantenute a ragionevoli livelli di sicurezza. Queste sostanze penetrano attraverso lo smalto fino alla dentina e reagiscono chimicamente con i pigmenti colorati in modo da neutralizzarli. Agiscono solo sui denti naturali e non sulle protesi (o capsule) e non devono essere usati in presenza di carie, incrinature, otturazioni, gengive sensibili, cure dentistiche in corso. Hanno, al massimo, un effetto estetico temporaneo, ma non dovrebbero essere applicati di frequente perché ancora si sa poco su eventuali effetti a lungo termine. Sono abbastanza laboriosi da applicare, richiedono tempi lunghi di applicazione e possono dare ipersensibilità dentale e irritazione della bocca. Questi trattamenti rappresentano la versione “light” dei prodotti utilizzati dai dentisti per lo sbiancamento professionale, nei quali la concentrazione di acqua ossigenata è molto più alta (superiore al 35%).»

Per quanto riguarda le più moderne tecniche di sbiancamento dentale?

«Tra le più moderne tecniche esiste lo sbiancamento dentale con lampada all’arcoplasma che consiste in: igiene scrupolosa, smacchiamento, sbiancamento. La durata della seduta è di circa 1h e 30 minuti. La durata del risultato ottenuto è di 12 mesi minimo. Oramai le persone che richiedono questo trattamento, sono pazienti sempre più attenti all’estetica e al benessere. Non avendo un costo proibitivo, quasi tutti possono permetterselo, per cui è considerato un trattamento di routine. È possibile sostituire la lampada all’arcoplasma con la luce laser, riducendo notevolmente la tempistica del trattamento ( 10 secondi di posa a dente ). Ovviamente, essendo il laser un notevole investimento per lo studio dentistico, il costo del trattamento sarà leggermente più elevato. Oramai lo sbiancamento professionale è, come dicevo prima, un intervento di routine, per cui ha un alto valore di predicibilita, con risultati davvero soddisfacenti.»

Clemente Cipresso

Classe ’83, una passione per l’innovazione e le tecnologie. Perfusionista di cardiochirurgia si occupa, nel tempo libero, di Public Health e divulgazione scientifica.
Clemente Cipresso

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