Libri. “Una FaMiglia con la EMME Maiuscola” di Armando Grassitelli

NAPOLI – Il testo di Armando Grassitelli “Una Famiglia con la EMME Maiuscola”, opera di 122 pagine edita da Diogene, è un insieme di sei racconti umoristici in cui si alternano fitte descrizioni a dialoghi scorrevoli, più una ‘ghost track’, che è un breve scambio ironico tra scrittore ed editore.

Il primo racconto, che intitola anche il libro, ha vinto il Premio Troisi 2018 per la scrittura comica: descrizione di una famiglia, i cui componenti (Padre, madre e due figlie, proprio come quella dell’autore) vivono vicende e situazioni grottesche, protagonista il calcio, la difficoltà di realizzare suo sogno di un padre insensibile e inconsapevole, che viene escluso dalla sua casa e non ne capisce il motivo, emblematica la frase finale: “Io amo la mia famiglia, la mia casa; solo non capisco perché hanno cambiato la serratura”.

Il secondo, intitolato “Claudio il cantante”, riscrittura del racconto breve intitolato “Claudio Moretti”, narra del declino di un cantante, un tempo famoso, che fa perdere le sue tracce.

Il terzo, intitolato “Dagli undici metri”, parla del calcio di rigore, e ne fa un paragone con situazioni di vita reale.

Il quarto, dal titolo “L’affare del secolo”, è la storia di due truffatori che vivono di espedienti, e qui si evidenzia l’arte di arrangiarsi tipica della cultura napoletana.

Il quinto racconto, intitolato “L’amore è una palla”, è la descrizione dell’amore per la pallacanestro, che a differenza del calcio “è una religione”, e chi la pratica deve essere preparato.

Infine “Il mistero del mancino”, che narra la storia di un tennista mediocre che riesce ad arrivare a un passo dal concretizzare il sogno della vita: partecipare agli Internazionali di Tennis di Roma. E poi nella parte finale del libro c’è il già citato confronto tra editore e scrittore.

Armando Grassitelli, avvocato napoletano classe 1973, ha risposto alle nostre domande.

Quando ha cominciato a scrivere?

«Ho iniziato a scrivere da piccolo, uno dei miei sogni dichiarati era diventare giornalista. Poi, per quelle strane traiettorie che la vita ti consegna, ho smesso per 20 anni. Ma ho ripreso un giorno preciso, novembre 2015, la sera che conobbi lo scrittore Lorenzo Marone. Lui, ex avvocato, aveva realizzato un sogno, e io già da tempo vivevo male la mia professione di avvocato. Avendo qualche ‘piano b’, quella sera ho fatto due cose: ho preso un taccuino e ho iniziato a scrivere “la forma imperfetta”, il mio primo libro; così ho deciso che non avrei fatto più l’avvocato.»

Come collega la scrittura alla sua passione per il calcio?

«Io non sono un grande inventore, sono più una persona che osserva e traduce sulla carta quello che vede. Il calcio e il basket sono due mie grandi passioni, e tirando un calcio di rigore durante il torneo degli avvocati è nato “Dagli undici metri”. La sera, dopo la partita, sono tornato a casa, e in due giorni il racconto era pronto. Io scrivo di passioni, alla fine.»

Al termine del libro lo scambio tra autore ed editore, in cui si evince l’inconsapevolezza dell’autore alla notizia del riconoscimento ottenuto. Fantasia o realtà?

«lo scambio è un poco caricato, ma verosimile. La realtà è che quando ho scritto il racconto speravo di ottenere un riconoscimento, e ho scelto subito un registro grottesco, mi sono detto “o la va o la spacca”. Ho ricevuto un SMS da Pino Imperatore, la sera dell’antivigilia di Natale, ancora oggi mi sembra un sogno. Ridevo, piangevo, camminavo per casa nel silenzio e guardando le bambine che dormivano; e pensavo: ho vinto il “Troisi”. E prosaicamente pensavo che la cosa mi avrebbe aiutato a trovare un editore facilmente, e così è stato. Nel senso che Salvatore Principe si è fatto avanti con la Diogene, e ne è valsa la pena. Ma onestà intellettuale vuole che confessi: è un grande, ed è l’unico che mi ha cercato.»

Dunque sarà ancora scrittore in futuro?

«Vincere un Premio così in un certo senso mi obbliga a pensare se voglio fare sul serio oppure no. Ovviamente si, ma non credo di essere uno scrittore e basta, piuttosto un tizio che cerca di raccontare storie. Non a caso il mio prossimo obiettivo è scrivere una sceneggiatura per un film, e poi il soggetto di un fumetto.»

Serena Costantino

Napoletana classe '83, psicologa e teatroterapeuta di orientamento buddista, ha fatto di una malattia il suo punto di forza, dell'arte il suo mezzo di espressione. La sua missione nella vita è aiutare le persone a essere felici.
Serena Costantino

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