Al Chikù di Scampia con musica, aggregazione e giovani

NAPOLI – E’ stato inaugurato il 26 giugno, al Chikù, nel cuore di Scampia, uno spazio simbolico dedicato ai giovani musicisti. A celebrare l’inizio di tale iniziativa è stato il giovane cantautore partenopeo Mariano Lieto.

Il Chikù è un progetto sociale multiculturale, realizzato da dieci donne rom e italiane, che ha voluto offrire uno spazio di aggregazione e condivisione creato dalle melodie. Al Chikù, situato in Viale della Resistenza, si intrecciano cucina napoletana e romanì, cura del tempo libero, tavole rotonde, presentazioni di libri, eventi culturali e teatrali, in collaborazione con il vicino Auditorium di Scampia. Inoltre, presso il ristorante viene offerto uno sportello legale per la tutela dei Diritti dell’infanzia, per l’affermazione dei Diritti alla cittadinanza e contro le discriminazioni sociali, etniche e di genere.

Il progetto Chikù è nato circa un anno e mezzo fa dalla prima impresa sociale di donne rom e italiane, “La Kumpania“, un’iniziativa sociale multiculturale in un contesto in cui i campi rom confinano con quartieri che ospitano un tasso di disagio sociale molto elevato: lì dieci donne rom e italiane si sono unite per combattere discriminazione e disoccupazione. “La Kumpania” invece è nata nel 2010 a Scampia come progetto dell’associazione “Chi rom e… chi no”, nel tentativo di incidere positivamente sulle difficoltà di inclusione al lavoro, in particolare per le donne. Secondo i dati ISTAT infatti, nell’ultimo trimestre del 2014 la disoccupazione femminile in campania ha raggiunto un tasso del 25,78% per un totale generale tra uomini e donne del 22,79%.

A inaugurare lo spazio simbolico ieri sera al Chikù è stato il 25enne cantautore napoletano Mariano Lieto, che con la sua musica tenta di trasferire la sua ‘esperienza’ di vita. Al riguardo lo abbiamo intervistato, provando a dare anche un senso ‘pratico’ alla sua presenza partecipativa su questo territorio.

“Vite perdute” è il titolo del suo ultimo progetto. Da quale esigenza nasce?

«Nasce dal quartiere. Per me è stata un’esigenza scrivere “Vite perdute”, perché, parliamoci chiaro, non essendo nessuno, non avendo voce in capitolo, facendo il cantautore ho avuto il mio spazio per raccontare un disagio, il disagio della periferia nord di Napoli. Più che un racconto è stata una confessione di quello che ho visto io e di quello che ho subito io. Ho raccontato per chi ci sta, però fa finta di non vedere.»

In questo territorio po’ complicato, come può un giovane emanciparsi ed emergere?

«Io sono sempre della convinzione che bisogna lavorare sulle cose: esserci e lavorarci bene. Ognuno di noi vorrebbe il posto fisso senza fare niente, il problema è che non esiste, non è mai esistito e probabilmente se qualcuno lo ha avuto è perché è stato raccomandato. Bisogna sempre lavorare. Da un annetto io ‘giro’ come cantautore; prima ho fatto altro: ho suonato nelle band blues, rock, metal. Poi mi sono fermato perché non era giusto fare altro. Ecco, ho provato ad emanciparmi nella mia musica. Lo stesso per emergere: bisogna stare al posto giusto nel momento giusto e con delle capacità che solamente lo studio ti può dare. Che tu sia portato va bene, ma devi studiare. Questo è quello che manca nelle periferie. Poi ci sono delle associazioni, non come Chikù, non come Mammut, ma per esempio a Marianella (Altro Rione di Napoli – ndr) dove dieci associazioni in una sola piazza si fanno la guerra tra di loro e danno anche molto meno spazio ai bambini disagiati, che non possono studiare. Perciò è un effetto domino: le associazioni fanno ‘la tarantella’, i bambini non studiano e si buttano nelle brutte situazioni, ed è l’unica cosa che possono fare purtroppo. Infatti forse a settembre partirà una scuola proprio a Marianella, con un contributo economico minimo, giusto per mantenere la struttura, e lì farò lezioni di chitarra ai bambini disagiati. Non sono razzista, però i bambini che possono permettersi di spendere 50 euro al mese da me non devono venire, negherebbero spazio a chi proprio non ce l’ha

Il suo futuro sarà a Napoli o andrà via?

«Ovviamente lo spero. Ma, probabilmente sarà retorica questa cosa che dico, ma io sono napoletano: sono napoletano dei due mondi, del centro e della periferia. Io non posso lasciare Napoli per vivere da un’altra parte. Io esco fuori Napoli perché spero di fare il tour, ma devo ritornare, altrimenti non avrei nemmeno più l’ispirazione per fare musica. Perché io l’abbino sempre alla mia vita, ai posti, alle persone che conosco. Io non posso fare a meno di stare qua. Se non sto qua non posso fare più niente, posso fare il musicista per altre persone, ma non potrei fare altro come autore. Da Napoli parte tutto. Il problema è che la violenza che è stata fatta a Napoli, parlo di violenza in qualsiasi campo, oggi ci ha chiuso tutte le porte.»

Cosa pensa di questa iniziativa sociale del Chikù?

«Ecco, per esempio questa è una buona iniziativa. Io penso che le associazioni dovrebbero creare un momento per stare tutti insieme e per avere dei progetti validi per il territorio, per i bambini disagiati, per le persone che sono in disagio. E Chikù è una di quelle che fa bene i progetti. Trovandosi poi nel cuore della 167 è sempre più difficile: è stato costruito inconsapevolmente l’alveare qua, con l’inconsapevolezza delle persone che ci abitano, non di chi l’ha costruita. Tutte le api stanno in questo alveare: l’ape regina non si sa chi è, mi hai capito, però comanda. E gestisce e dà ordini, sia con le buone ma soprattutto con le cattive. E hanno creato uno ‘stampo’, un modello cui i giovani si conformano. Ecco perché le associazioni dovrebbero lavorare sul formare, sull’educazione, dando il senso del valore delle cose. Io ho avuto la fortuna di avere una famiglia alle spalle, a differenza di bambini che conosco. Nelle mie canzoni c’è Chico, un bambino di Marianella, che è stato cacciato da un’associazione di Marianella, di cui non faccio il nome per non farle pubblicità. Un bambino in quelle condizioni non si caccia da un’associazione musicale e culturale per bambini perché non ha 50 euro al mese. Infatti Chico si sta perdendo ormai e nessuno fa niente. Napoli deve essere salvata: Napoli non è bella. E io parlo da innamorato della città: chi è innamorato non vede solo le cose belle, ma sopratutto le difficoltà e i difetti dell’amato. Se dici che è bella, brava e non ha un difetto per me le stai solo facendo le corna, la stai tradendo.».

Camilla Esposito

Classe ’94. Laureata in scienze e tecniche psicologiche, si destreggia tra libri e atletica. Vegetariana, ambientalista, sostenitrice della libera e critica espressione e dei Diritti all’uguaglianza.
Camilla Esposito

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